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I Paradigmi della Libertà

  • Immagine del redattore: A.C.T
    A.C.T
  • 26 feb
  • Tempo di lettura: 8 min

Intervista a Giovanni Moccagatta, laureando in Filosofia presso l'università Ca Foscari di Venezia, in occasione dell'incontro di A.C.T. di venerdì 27/02/2026.



La libertà è puramente autodeterminazione?


Come ho imparato dai miei maestri, la capacità di determinarsi autonomamente è senza dubbio uno degli aspetti essenziali della libertà, condizione necessaria affinché si possa considerare realmente libero l’essere umano. La parabola della riflessione filosofica moderna attorno al tema della libertà è significativa, a tal proposito: parallelamente allo sviluppo di una certa fisica di stampo meccanicistico, i filosofi della prima modernità hanno cercato variamente di conciliare la concatenazione delle cause che permeano il cosmo con la libertà umana, giungendo spesso a garantire lo spazio solo per una libertà negativa (la libertà da condizioni di impedimento), o una libertà di dare assenso/attuazione a condizioni predeterminate.

Con la filosofia trascendentale kantiana si torna invece a ribadire, pur per motivi differenti, una tesi condivisa già dalla prima scolastica: la persona umana possiede a priori la capacità di trascendere le circostanze empiriche determinate, affermando sé stessa autonomamente e al di là di ogni condizione data, e originando una nuova catena di cause a partire da sé. L’insegnamento kantiano resta da questo punto di vista sempre attuale, ma ciò non dovrebbe indurre a pensare che l’autodeterminazione sia condizione sufficiente, oltre che necessaria, per parlare di libertà. A quale vantaggio può infatti portare la mera sottolineatura della capacità di autodeterminazione, isolata dalla domanda sul fine e sul senso di tale capacità?

Senza contare che la libertà umana non è mai assoluta, bensì agisce sempre in quel tessuto di cause e predeterminazioni di varia natura (fisica, psicologica, culturale, linguistica, storica, sociale…) in cui è immersa. La libertà di un singolo uomo non genera sé stessa, ma è previamente data, senza aver appellato quel singolo che ne è dotato. Il solo caso limite dove l’uomo parrebbe disporre pienamente della propria vita coincide con la terminazione stessa della libertà, nel suicidio. Provare a massimizzare la libertà finendo però per sopprimerla risulta essere, a dir poco, una contraddizione performativa. Quindi cos’altro caratterizza la libertà umana, questa paradossale "iniziativa iniziata" (L. Pareyson), questo connubio di "inizio assoluto" ed "esercizio relativo" (F. Botturi)?

Per incominciare, l’autodeterminazione da sola non placa le angosce esistenziali che molta filosofia contemporanea ha sottolineato. In altre parole, non mi accontento di sapere che posso compiere liberamente scelte, ma mi domando con molta più apprensione quali scelte valga la pena compiere, quale sia la scelta giusta per me, per che cosa vale la pena spendere le proprie energie. Tutto questo, che potremmo racchiudere sotto la domanda del bene della libertà e dell’uomo nella sua integralità, non è esaurito dall’indagine sull’autodeterminazione. Già questo sarebbe sufficiente a contrastare una certa retorica assai comune nei nostri tempi sulla libertà, ossia proprio quella che esalta la libertà esclusivamente in merito alla capacità di autodeterminarsi, assolutizzata e sconnessa da ogni altro aspetto.

Vengono in mente certe frasi motivazionali da social che invitano a "essere fedeli a sé stessi", a "scegliere sempre sé stessi", che non lasciano intendere solamente una sana cura della propria persona, o un invito all’integrità e alla sincerità, ma sottendono piuttosto una celebrazione della capacità di imporre a dispetto delle circostanze ciò che di volta in volta è desiderato ed emotivamente prediletto. Spesso tale retorica celebra una scelta solo in quanto voluta da chi la compie, magari descrivendola come espressione di autenticità, o coraggio. Ma non c’è nulla di autentico o coraggioso in una scelta compiuta in nome della scelta, considerata unicamente come espressione di quella autodeterminazione di cui è capace ogni uomo in quanto tale. Molto più coraggioso sarebbe cercare di compiere una scelta non immediatamente piacevole, ma giudicata la più sana, buona o giusta, andando magari contro a condizioni sfavorevoli, rischi e fatiche. Non basta, in altre parole, cercare di esprimere sé stessi al solo fine di dimostrare di non essere ingranaggi di un meccanismo, in una sorta di perenne ribellione adolescenziale contro tutto e contro tutti. Assai più importante e complesso è cercare di comprendere cosa sia meglio scegliere per sé, quali sono le ragioni più vere per compiere una certa scelta, e quali beni si stanno perseguendo compiendola.



E se la libertà fosse invece soltanto un’illusione?


In una bella opera giovanile, il filosofo russo Solov'ëv constatava che “se l’uomo è solo un fatto, se è inevitabilmente limitato dal meccanismo della realtà esterna, che non cerchi nulla più di questa realtà naturale, mangi, beva e si diverta, e se non si diverte metta pure fine di fatto a questo suo fatto dell’esistenza. Ma l’uomo non vuole essere solo un fatto, un fenomeno, e questa volontà già suggerisce che egli in realtà non è solo un fatto e un fenomeno ma qualcosa di più. Infatti, che significa un fatto che non vuole essere tale, un fenomeno che non vuole essere fenomeno?”. La domanda potrebbe sembrare ad alcuni un espediente retorico che non dimostra nulla, ma credo invece centri il punto del problema.

È certo che molti, sotto i colpi dei drammi della vita, giungano a una delusione così profonda da comportarsi come l’uomo che si accontenta di mangiare, bere e divertirsi, e magari proclamare un rozzo epicureismo come la più auspicabile posizione morale. Ma è altrettanto vero che un uomo possa, per quanto tragici o insensati sembrino gli eventi della sua vita, continuare ad avere un moto di ripulsione per le sue condizioni, e continuare a desiderare e cercare di abbracciare un’esistenza diversa. Come la canna pensante pascaliana, che sa di essere schiacciata dalla più piccola forza arbitraria dell’universo, ma che in virtù del suo pensiero è più nobile dell’universo intero. Il determinismo che dichiara illusoria la libertà umana nasce più da una frustrazione del desiderio e da un disimpegno dell’intelligenza, che da solidi argomenti.

Peraltro, il determinismo a cui più comunemente ci si riferisce oggi è figlio di una sorta di scientismo che eleva le spiegazioni meccanicistiche a modello unico dell’intellegibilità, magari con varianti pseudo-neuroscientifiche. È noto che le scienze sperimentali non vivano oggi (se mai l’abbiano davvero fatto) di tale mentalità, e che le neuroscienze non abbiano mai fornito una teoria completa e coerente sui rapporti fra fenomeni psicologici e meccanismi biochimici corporei. Eppure resta in certi dibattiti la convinzione pregiudiziale che il comportamento di un essere umano altro non sia che l’epifenomeno di tali meccanismi. Se pure una simile teoria potesse essere elaborata e fosse espressa, che cosa vieta di principio che al mondo esistano realtà che seguono leggi distinte da quelle dell’ambito fisico?

E ancora, che illusione sarebbe quella della libertà? Sarebbe ben strana infatti un’illusione che, per quante volte possa essere additata e svelata, torna operativa ogni qual volta consideriamo noi stessi o qualsiasi altro essere umano in azione. È inevitabile attribuire colpe e meriti, diritti e responsabilità, soprattutto a noi stessi. Il moto di ribellione del «fenomeno che non vuole essere fenomeno» è obiezione irriducibile contro questo tipo di determinismo e questa concezione di illusorietà della libertà.

Abbiamo già sottolineato che la libertà umana è una libertà non assoluta, limitata nelle sue condizioni di esercizio, e pertanto sempre esposta al rischio di fallire i progetti intrapresi, o di ritrovarsi in assenza di mezzi per il suo esercizio. Ma tutto ciò non nega che davvero la persona umana possa agire nella trama delle condizioni secondo un principio non condizionato e al di sopra di tutte queste, sempre relativizzandole, giudicandole, respingendole o promuovendole. Bisognerebbe, in altre parole, accettare che il “gioco” della libertà è sempre in tensione fra il polo dell’autodeterminazione e quello delle circostanze finite, senza considerare queste ultime un motivo di “scandalo”, ma piuttosto il normale campo d’azione della libertà umana, la normale condizione nella quale deve cimentarsi.



La libertà è contraria all’appartenenza?


Se con appartenenza intendiamo la dimensione relazionale e intersoggettiva in genere dell’esperienza umana, credo la risposta sia no. L’esistenza degli altri, portatori di volontà quasi sempre non allineate in prima istanza alla mia, costituisce un caso specifico ma di particolare rilievo di quelle circostanze finite e quei limiti cui accennavamo prima. Non serve scomodare la fenomenologia o l’esistenzialismo contemporanei per sapere che "l’inferno sono gli altri" (Jean-Paul Sartre), ma è altrettanto vero che se non fosse per la libertà di almeno un altro essere umano non esisterebbe la propria.

Contro ogni facile rappresentazione dell’intersoggettività a mo’ di homo homini lupus, le numerose e ben sviluppate teorie del riconoscimento contemporanee hanno già offerto ottimi argomenti. Da un certo punto di vista, le filosofie dell’intersoggettività del Novecento hanno preferito Aristotele a Hobbes, mostrando come la libertà altrui non solo non sia obiezione alla propria, ma anzi sia ad essa necessaria, a più livelli dell’esperienza. Nella storia individuale la propria libertà è preceduta, educata e sorretta da quella dei genitori, dei maestri, di chiunque ci abbia avuto a cuore e abbia condiviso con noi buone ragioni e buoni fini per i quali impiegare la nostra libertà. Soprattutto però, la libertà può avere altra libertà come proprio fine. Si vede paradigmaticamente in quei beni che reputerei i più preziosi nella nostra esperienza, l’amicizia e l’amore. Nessuno dei due si darebbe se non nella libera interazione di due libertà, che approfondendo il proprio legame giungono inevitabilmente a una certa “appartenenza”, che si esprime ad esempio nella fedeltà reciproca e nella subordinazione di un bene immediato per sé al bene del rapporto.

In generale, un esercizio maturo della libertà sembra sempre orientato alla promozione e al riconoscimento di altra libertà, piuttosto che alla perenne autoreferenzialità. Ad esempio, nel compimento di un lavoro, nell’esercizio di un’arte, non è implicito solo il desiderio di crescita di una capacità personale, ma anche il desiderio che tale capacità venga riconosciuta, apprezzata, possa essere utile ad altri. Ed essere gratuitamente riconosciuti educa a riconoscere a nostra volta, educa ad educare, se vogliamo. In sostanza, un circolo virtuoso che da libertà porta idealmente a maggiore libertà, sia in chi riconosce sia in chi è riconosciuto. Al contrario, è proprio nell’esercizio autoriferito della libertà che vedo piuttosto il rischio di una depressione delle libere energie del singolo, che immaginandosi atomisticamente solo può trovare sempre meno ragioni del suo agire.

Per questo l’appartenenza a un rapporto, a un gruppo di amici, a una tradizione e una storia non è obiezione alla libertà, ma anzi condizione grazie alla quale la libertà è provocata, sospinta a esercitarsi, e può giungere a vivere piaceri e bellezze essenziali per la felicità umana che nel puro egoriferimento mai potrebbero darsi. Tutte queste sono noti brevi e frammentate, ma spero aprano uno spazio di riflessione a favore della compatibilità di libertà e relazionalità.



Consigli bibliografici


Nel rispondere a queste domande, ho tenuto a mente in prima istanza il Capitolo V di un libro del Professor Francesco Botturi, La generazione del bene: gratuità ed esperienza morale, testo che consiglio sia per una chiara e sintetica ricostruzione storica di alcuni passaggi del dibattito filosofico sul tema della libertà, sia per la prospettiva antropologica straordinariamente ricca. Per una prospettiva di stampo più logico e ontologico, trovo imperdibile l’originale testo del Professor Paolo Pagani Libertà e non-contraddizione in Jules Lequier.

Ho citato Ontologia della libertà: il male e la sofferenza di Luigi Pareyson, e le Lezioni sulla Divinoumanità di Vladimir Sergeevič Solov'ëv, due testi di cui non condivido pienamente tutte le tesi essenziali, ma che anche in termini oppositivi mi sono stati d’aiuto.

Fra i classici del canone filosofico, come citati nel testo, troviamo Aristotele (Politica, Etica Nicomachea) ed Hobbes (Leviatano). Sarebbe inoltre difficile non consigliare la lettura della Critica della ragion pura kantiana, sia come punto di approdo della riflessione moderna, sia come premessa per gli sviluppi idealistici. Per apprezzare invece le riflessioni contemporanee (esistenzialistiche e fenomenologiche) sulla libertà, non sottovaluterei le riflessioni di Pascal (Pensieri), Kierkegaard (Il concetto dell’angoscia, La malattia mortale), e Sartre (A porte chiuse, L'esistenzialismo è un umanismo). Volgendosi all’antichità, osservazioni classiche ed imprescindibili sulla libertà sono infine contenute nelle Enneadi plotiniane e nelle Confessioni agostiniane.

 
 
 

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